Geologia
Le ripide pareti della rupe sono costituite dai depositi piroclastici sialici eruttati dall’apparato cimino: il "peperino tipico del viterbese”, successivamente ricoperti dalle vulcaniti alcalino-potassiche dell’apparto vicano che inizia la sua attività alla fine di quella cimina. Complessivamente questi depositi costituivano un ampio plateau vulcanico che è stato profondamente inciso dall’azione delle acque. I processi erosivi nel corso del tempo hanno scalzato alla base i depositi vulcanici generando una serie di frane di crollo e di ribaltamento che hanno modellato le pareti tufacee. I successivi crolli hanno prodotto un mosaico di grossi blocchi lapidei localmente definiti “massi erratici”, che si sono accumulati alle loro pendici sui sottostanti depositi sedimentari marini (prevalentemente a base argillosa) generando un paesaggio molto peculiare. Questi processi franosi sono tuttora attivi e nuovi crolli rischiano di compromettere la stabilità della rupe e di danneggiare le sue notevoli testimonianze archeologiche.
Si ritiene che i grandi massi di peperino, che si sono staccati dalla rupe e che si trovano a fondo valle, venissero utilizzati sia come luoghi sacri, sia per impiantare vigneti. La vite veniva posta alla base di un grosso blocco ed i tralci venivano portati sulla sua superficie e sostenuti da un sistema di pali per garantire una ottimale esposizione. Il calore diretto del sole associato a quello trasmesso dalla roccia favoriva la maturazione dei grappoli. Questo ingegnoso sistema garantiva la possibilità di mitigare le condizioni climatiche del luogo, non particolarmente favorevoli alla coltivazione della vite.